Un'altra dimensione

Solista e prima parte dell'Orchestra del Teatro alla Scala, il trentaduenne contrabbassista è uno degli strumentisti italiani più interessanti della sua generazione.

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Strumentista in ascesa, 32 anni, un’esperienza vorticosa iniziata sotto l’ala del padre e proseguita prima al conservatorio di Catania e a Roma con Franco Petracchi, quindi sfociata in vetta a numerosi concorsi, Francesco Siragusa si è guadagnato sul campo la stoffa del grande esecutore. I risultati parlano da soli. Dopo aver vinto il premio Werther Benzi e suonato in buca al Teatro Bellini di Catania, nel ’95 passa a Santa Cecilia, poi a 23 vince il concorso alla Scala (dove nel 2002 diventa primo contrabbassista) senza tralasciare il prestigio dei concorsi che lo portano secondo al Ginevra e primo al Bottesini. Attività intensa, la sua, che si evolve tra registrazioni, concerti da solista e masterclass, mentre nell’Orchestra della Scala gli si è affiancato allo stesso strumento il fratello Marco (25 anni), segno di una matrice musicale e familiare di indiscutibile valore. “è stato un puro caso che io abbia scelto proprio il contrabbasso”, racconta, “mio padre negli anni ’60 suonava in un complesso e voleva entrare in Conservatorio, ma essendo quasi impossibile accedere alla classe di pianoforte, si mise a studiare il contrabbasso per poi diplomarsi. Quando avevo 10 anni, provò a trasmettermi la sua grande passione. Un giorno mi guardò la mano, misurò la mia altezza e cercò di mettermi tra le mani proprio un contrabbasso. Ma io dopo due giorni ruppi l’arco. Eppure papà era talmente convinto che me ne comprò un altro. Così fui costretto a studiare. La passione è venuta poco per volta, ma all’inizio è stata dura: io amavo la musica e già da piccolo suonavo il pianoforte, uno strumento che dà molte più soddisfazioni. Certo l’incontro nei primi anni di Conservatorio con Enrico Tosto si è rivelato fondamentale. Lui mi ha dato l’entusiasmo, facendomi amare lo strumento. A quel punto è scattato qualcosa. Purtroppo durante il quarto anno di Conservatorio il maestro Tosto è venuto a mancare e per me è stato un duro colpo. Per fortuna ho incontrato un nuovo docente, Nello Nicotra, che è stato una guida molto valida. Quando ho vinto la prima audizione a Catania non ero ancora diplomato al conservatorio. Avevo appena 17 anni quando, dopo aver superato l’esame di quinto anno, mi sono reso conto che il mio futuro era tutto nella musica”.

Indubbiamente il rapporto fisico col contrabbasso, strumento dal suono profondo e dalle dimensioni corpulente, è assai diverso da altre realtà. Si resta ammaliati, ispirati e probabilmente anche ossessionati dalla sua sagoma ingombrante, dalla sua presenza invadente e carica di involontaria comicità. “le dimensioni dello strumento parlano da sé. Quando si suona tutto il corpo è coinvolto. Si diventa tutt’uno con lo strumento, almeno io la vivo così. Quanto allo studio non è una questione di quantità ma di qualità. A seconda degli impegni che ho di fronte, io studio dalle tre alle cinque ore al giorno. Bisogna anche tener conto delle disparità di scuole. C’è un’impugnatura dell’arco detta “alla francese” che si usa prevalentemente in Italia ed in Francia”, ma anche in altri paesi come il Usa ed in Inghilterra. Poi c’è la scuola tedesca che un’impugnatura “alla tedesca” in realtà inventata dall’italiano Domenico Dragonetti. Io penso che se si suona bene vada bene qualsiasi impugnatura, anche se prediligo quella “alla francese” che permette maggiore espressività e una maggiore tenuta del suono. In questi ultimi anni in Italia, molti stanno cambiando impugnatura, usando quella “alla Dragonetti”. Sono convinti che offra maggiori risultati, cosa non vera. La verità è che, sebbene ci sia una tradizione italiana di arco “alla francese”, noi accettiamo anche chi suona bene “alla tedesca”: viceversa tutte le orchestre tedesche non ammettono altra impugnatura e questo mi sembra uno scambio culturale a senso unico”.

Poi il discorso vira sulle disparità tra generazioni. “Le differenze ci sono, ma noi giovani dobbiamo far tesoro degli insegnamenti ricevuti. Personalmente rispetto quelli che mi hanno preceduto, a cui devo moltissimo. Apprezzo in modi diversi anche tutte le realtà del contrabbasso, sia stare in orchestra che fare la musica da camera e il solista, anche se come solista ho maggiori soddisfazioni, sento di potermi esprimere liberamente. Oggi il contrabbasso non svolge solo un ruolo di puro accompagnamento, ma si presta anche al solismo, grazie ai grandi passi avanti fatti nella tecnica e a un suono che può somigliare straordinariamente alla voce umana. Ma la sua presenza in orchestra non va sottovalutata, perché senza contrabbassi l’orchestra è come una casa senza fondamenta. Ci sono anche degli assoli importanti per il primo contrabbasso nella Prima di Mahler, nel Pulcinella di Stravinskij o nel Rigoletto di Verdi, che ci danno qualche piccola soddisfazione”.

Di certo non deve essere facile bilanciare il fronte solistico e quello sinfonico. “Si fanno tanti sacrifici per conciliare il lavoro di orchestra con gli altri impegni. Io organizzo le mie ore di studio tra una prova e l’altra. Sicuramente è molto faticoso ma ne vale la pena. A ispirarmi sono anche i grandi modelli del passato, o almeno di un’altra generazione ma ancora attivi. Parlo di nomi come Franco Petracchi, Gary Karr e anche Ezio Pederzani, di cui ultimamente ho sentito una vecchia registrazione veramente notevole. Comunque ho una particolare ammirazione per Petracchi. Mi piace molto sia dal punto di vista tecnico che interpretativo”.

Certo se si parla di vecchie glorie leggendarie il pensiero corre immediatamente a Bottesini. “E’ un punto di riferimento assoluto perché, come è noto, non c’è molto repertorio per contrabbasso. Mi piacerebbe che oggi anche gli autori del nostro tempo scrivessero qualcosa di significativo per questo strumento. Bottesini usava una scrittura molto lirica, in sintonia con l’epoca d’oro del melodramma. Non dimentichiamo che è stato che è stato un contemporaneo di Verdi e ha diretto la prima di Aida al Cairo. L’interprete della sua musica deve tenere presente la liricità che spicca da ogni frase. Il suo virtuosismo non è mai fine a se stesso, ma proiettato sempre verso orizzonti lirici.” E a questo punto, Siragusa racconta qualcosa anche sul cd allegato ad Amadeus. “Sono molto contento di questo disco e vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato, particolarmente Raffaele Cacciola, direttore artistico e ingegnere del suono, per il suo grande entusiasmo e la sua straordinaria professionalità, ma ovviamente anche il pianista Roberto Paruzzo, che mi ha accompagnato in maniera egregia. Un pezzo a cui sono decisamente affezionato è la Fantasia sulla “Lucia di Lammermoor”, amata in modo particolare dallo stesso Bottesini. L’adoro perché c’è un connubio bellissimo tra i temi dell’opera e il virtuosismo delle variazioni. La caratteristica dei suoi pezzi per contrabbasso e pianoforte è un’introduzione lenta, a cui segue una danza (come nell’Introduzione e gavotta). Ma c’è anche un pezzo di grande abilità come il Capriccio di bravura, uno dei brani più impegnativi che Bottesini abbia mai scritto”.

La musica eseguita a ogni modo non è tutto. “L’insegnamento è una grande passione. Ogni anno svolgo mediamente tre o quattro masterclass nei conservatori, anche in giro per il mondo. Ma c’è dell’altro, ad esempio la cucina: sono un discreto cuoco e mi piace mangiare bene. Adoro leggere: i miei autori preferiti sono Camilleri e Saramago. Ma la grande passione della mia vita è mia figlia Alice: ha 3 anni ed è la cosa più bella che mi sia mai capitata.”

Source Amadeus anno XIX n.9, pp.35-37 · Date Sep 1, 2007